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Chiara e Giacinta: testimonianza dall'India |
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Io e Chiara siamo arrivate in India nella città di Seconda Hyderabad il giorno 17.11.2005 e siamo stateospitate per un giorno dalle Suore Missionarie dellImmacolata del PIME, che in questa città hanno laloro casa provinciale e la scuola materna. I bambini, che frequentano la scuola, sono figli di musulmani ricchi, i quali preferiscono affidare la loro educazione e formazione scolastica alle suore.
Questa situazione mi ha molto colpita, ho pensato allenorme apertura che cè in questi genitorimussulmani, che hanno scelto di mandare i propri figli ad una scuola cristiana, correndo anche il rischio che alcuni di questi ragazzi possano convertirsi; allora mi chiedo, in Europa, in Italia e soprattutto da noi a Gerenzano cosa succede? perché tanta chiusura?
Poco distante abbiamo visitato la Casa di Riposo, che ospita duecento persone, completamente prive di tutto, gestita dalle Piccole Suore Poverelle Francesi: ho trovato tanta dignità e serenità.
Le sorelle escono a turno una volta al giorno, per fare la questua, perché anche loro non hanno ricchezze proprie, ciò nonostante non manca giorno che alla casa non arrivi la Provvidenza, come al nostro Cottolengo: vedere queste suore che soccorrono i più poveri, aspettando a loro volta laiuto della Provvidenza, mi ha fatto molto riflettere su chi è la persona che aiuta un povero, e mi sono dovuta ricredere sul fatto che sia una persona ricca o almeno con dei mezzi economici sufficienti, in quanto ho scoperto che è un altro povero, ricco solo di misericordia e fiducia in Dio.
Percorrendo a piedi alcune vie, ho visto gente povera che vive sul marciapiede: che desolazione vedere delle persone vivere in quelle condizioni!! È incredibile e sconvolgente pensare allindigenza totale di questi diseredati, abitanti della strada, quando noi nella nostra quotidianità sprechiamo tutto e quindi sottraiamo anche quelle briciole che potrebbero sfamare chi è privo di tutto. |
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Questo primo giorno comunque è stato il giorno più forte di tutta la mia permanenza in India, è stato il giorno che ha segnato di più la mia coscienza: il sentimento che ho provato è stato quello di fuggire, di essere inadeguata rispetto alla situazione che mi ha accolta.
Tanti dubbi mi hanno assalito; cosa faccio in mezzo a tanta povertà e sporcizia? i prossimi giorni come mi comporterò? perché sono venuta qui? A queste domande non ho saputo trovare risposte immediate, ma la forza di continuare lesperienza di permanenza, decisa prima di conoscere la povertà assoluta (basta anche solo un giorno), me lhanno data laver visto i sorrisi di chi non ha nulla e il sentirsi circondata dalla loro gioia.
Il giorno dopo dalla città di Seconda Hyderabad abbiamo percorso otto ore in treno per arrivare nella città di Eluru dove, dopo venti minuti di trasbordo su una gip, siamo arrivati al villaggio Gopannapalem, nel quale si trova la missione in cui ci aspettava suor Ida, nativa di Cislago, che ne è la direttrice, insieme con una suora indiana, sua aiutante, e i suoi settanta bambini; siamo state accolte da un clima di gioia e di festa, iniziava così nel modo migliore la nostra permanenza nella missione.
Suor Ida, che ha la bellezza di novantadue anni, viene chiamata la Madre Teresa di Eluru, con i suoi cinquantasette anni di permanenza in India, ha fatto nascere tanti bambini e accolto tanti orfanelli o bimbi con famiglie disagiate alle spalle e figli di lebbrosi. Nella missione i ragazzi frequentano la scuola materna e la scuola elementare, i più grandicelli vengono accompagnati in una scuola governativa distante un chilometro. Al mattino prima di uscire pregano con gli occhi chiusi davanti allimmagine della Madonna di Fatima, pregano per i benefattori, così pure quando rientrano e prima di cena recitano il Santo Rosario. |
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É bello sentirli pregare tutti insieme grandi e piccoli, sono sempre
contenti e sorridenti, quando ci vedono corrono incontro chiamandoci mamma e vogliono tutti prenderci per mano per farci giocare insieme a loro. Spesso mi sono ritrovata a riflettere molto su come questi bambini manifestino il loro senso di gratitudine verso i benefattori: è un sentimento sincero, che si concretizza nel pregare gioiosamente per coloro che, restando sconosciuti, ti aiutano e ti sostengono. Ma noi cristiani che senso di gratitudine abbiamo verso Nostro Padre nei cieli, che
conosciamo? Quando e quanto lo ringraziamo quotidianamente con gioia nelle nostra preghiere?
Quando riusciamo a pregare, tenendo gli occhi chiusi, come questi dolcissimi bambini? Al mattino ci svegliava un grande e assordante cinguettio di uccelli, che sicuramente avevano passato la notte nei loro nidi sugli alberi del villaggio, io ho pensato che a loro modo lodavano Iddio.
Visitando il villaggio ho trovato molta povertà , capanne coperte da tetti di paglia e qualche casa malmessa; in quelle case cè una povertà estrema.
Ho provato un disagio enorme nel vedere che alle soglie del 2006 cè ancora gente che vive in quelle condizioni e in quel momento ho ringraziato il Signore che mi ha dato tanto. É una vita molto dura per tutti ed in particolare per le donne, che in India non sono considerate e alle volte sono anche picchiate dai mariti ubriachi. Iniziamo la giornata con la Santa Messa e la Domenica la chiesa si affolla di mamme e di bambini, in silenzio ed in preghiera senza distrazioni, anche se la celebrazione dura due ore, con canti e suoni di tamburelli. |
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Siamo andati a trovare fratel Enrico del PIME, dove ha raccolto i ragazzi dalla strada ed insegna il mestiere di falegname e di scultore su legno, così pure fratello Sartori che insegna il mestiere di meccanico dauto. I ragazzi vengono stipendiati con lequivalente di 1 euro al giorno. Un giorno suor Ida ci ha portati a visitare un lebbrosario ed un reparto di malati di Aids: famiglie intere con bambini.
Che pena vederli così piccoli e condannati a morte. La cosa che mi ha straziato il cuore è stato vedere una bambina di circa quattro anni ammalata di Aids, orfana, abbandonata dai parenti sulla strada. Così pure i lebbrosi, nonostante i loro arti mutilati e i loro corpi deformati, sono sorridenti e sereni. Ancora una volta ho ricevuto una grande lezione da chi vive in maniera più difficile rispetto a me. Il sorriso sulle labbra e la serenità sul volto di questi malati, che oltre a provare dolore estremo soffrono per la vista dei propri corpi deturpati, mi fanno pensare se noi fossimo capaci di fare altrettanto nelle stesse condizioni, ci lamentiamo sempre per molto meno, ma soprattutto quanto migliorerebbe la nostra comunità se tutti, quando ci incontriamo ci avvicinassimo lun laltro con un sorriso.
Un altro giorno suor Ida ci ha portato a visitare un ospedale generico, dove abbiamo fatto visita a padre Carlo Rimondi di Bologna, missionario del PIME, che è ricoverato, infermo a causa di una caduta da una scala mobile: lincidente avvenuto durante lultimo soggiorno in Italia, sembrava che non avesse causato danni, ma al suo rientro in India, dopo un poco di tempo, è rimasto infermo per una malattia ereditaria - tubercolosi ossea -. Attualmente e assistito amorevolmente da un indiano, ho visto, e ne sono rimasta commossa, la dolcezza e lamore che esprime verso padre Carlo e la rassegnazione per la sua sorte. Padre Carlo ci ha raccontato che nel 1949 è andato a trovare padre Pio e ha concelebrato la santa Messa con lui. Padre Pio sostava tanto tempo con lostia innalzata in adorazione e ha visto il sangue uscire dalle stigmate delle mani. Finita la santa Messa, ha espresso il desiderio di farsi missionario in india e Padre Pio lo ha incoraggiato e benedetto. Così nel 1950 approdò in India , coprendo anche cariche importanti, labbiamo salutato raccomandandoci nelle sue preghiere. |
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Poi al villaggio Allepilly abbiamo conosciuto padre Maria Giogi , indiano che ha studiato in Italia a Bergamo, adesso in questo villaggio gestisce un Centro di Accoglienza per bambini poveri, aiutato da uno studente di teologia, che tra due anni sarà sacerdote. Hanno 450 bambini dalle scuole elementari fino alle superiori; il complesso è molto grande con delle strutture, che stanno terminando con i soldi che arrivano dai benefattori. Un giorno siamo andate con suor Ida a fare visita ad una sua figlia adottiva, la quale ci ha ospitato nella sua casa, che consisteva in ununica stanza arredata con una branda, dove dormono i suoi due bambini, e con un armadio costituito da una valigia. La giovane sposina, 21 anni, aveva anche il televisore di cui era molto orgogliosa.
Lultimo giorno prima della partenza, siamo andate a Hyderabad e ne abbiamo approfittato per visitare un tempio indù. Mi ha colpita soprattutto il fatto che lintera costruzione fosse fatta di marmi di Carrara. Quanto spreco in un posto dove da anni regna la sofferenza, forse senza togliere niente alla bellezza del tempio, lutilizzo di materiale locale e meno costoso, avrebbe alleviato chi sa quante persone. Mentre mi approssimavo alla partenza, rivedevo tutti i momenti di questa esperienza indiana.
Mi sono interrogata su cosa al di là della commozione del momento di distacco, mi avesse colpito in maniera significativa: da un lato la sofferenza, lindigenza della gente locale dallaltro limpegno e la dedizione quotidiana ed instancabile dei missionari e delle suore. Gli uni nel girare tutti i villaggi per celebrare i Sacramenti e le sante Messe, le altre nellassistere, con competenza infermieristica, i problemi gravi di salute degli ammalati. Tutti però animati da uno spirito tanto gioioso quanto profondamente cristiano. |
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